giovedì 3 gennaio 2013

A proposito di una vecchia poesia di Eugenio Montale dedicata a Teilhard de Chardin

                   FABIO MANTOVANI

Premessa
      
Queste pagine nascono dalla lettura di una beffarda poesia di Eugenio Montale dedicata a Teilhard de Chardin, che alcuni siti internet presentano più per dileggiare questi   che per la bellezza della composizione poetica.
Mi sono chiesto quali ragioni potesse avere il premio Nobel per immortalare in versi il
proprio sarcasmo e ho voluto perciò leggere quant’egli scrisse su Teilhard in articoli pubblicati da “Il Corriere della Sera” fra il 1962 e il 1969. Dopo la ricerca mi sono reso conto che il poeta aveva una conoscenza generica del pensiero teilhardiano ma eramolto interessato all’evoluzione e al problema di Dio.
Poiché non intravedeva alcun fine nell’evoluzione, è facilmente comprensibile il suoscetticismo riguardo alla prospettiva che l’umanità possa un giorno convergere nel Punto Omega postulato da Teilhard de Chardin. Le perplessità di Montale sul problema di Dio non possono essere liquidate come se le avessimo definitivamente risolte;
perciò le terremo presenti nelle riflessioni di chiusura 

LA POESIA A TEILHARD
Nella raccolta di poesie composte fra il 1962 e il 1970, si trova quella riferita a Teilhard de Chardin, con il titolo A un gesuita moderno1, che è datata 10 dicembre 1968. Eccola:

Paleontologo e prete, ad abundantiam
uomo di mondo, se vuoi farci credere
che un sentore di noi si stacchi dalla crosta
di quaggiù, meno crosta che paniccia,
per allogarsi poi nella noosfera
che avvolge le altre sfere o è in condominio e sta nel tempo (!),
ti dirò che la pelle mi si aggriccia
quando ti ascolto. Il tempo non conclude
perché non è neppure incominciato.
È neonato anche dio. A noi di farlo
vivere o farne senza; a noi di uccidere
il tempo perché in lui non è possibile
l'esistenza.

Nelle citazioni di questa poesia, i versi con tonalità grigia sono tralasciati da coloro che cercano di mettere in rilievo il presunto giudizio negativo del poeta su Teilhard de Chardin. Purtroppo, in ciò si distinguono i siti “cattolici”, come quello indicato in nota.2
 
GLI ARTICOLI
Fra gli articoli stesi da Eugenio Montale per il “Il Corriere della Sera”, solo quello del
15 marzo 1963 è quasi per intero dedicato a Teilhard; altrove, egli è menzionato nel
contesto di una certa tematica.
In ordine cronologico, gli articoli sono i seguenti :
1. “L’albero dell’arte” (19 marzo 1962) è una critica agli artisti moderni che vogliono
«imitare la natura nel suo continuo farsi e disfarsi... una materia svuotata dallo spirito
che v’era infuso e che ora segue la sua legge.
Dove ci porti tale legge è ancora opinabile: uno scienziato religioso come il padre
Teilhard de Chardin ci ha detto che gli individui, o almeno la loro parte indistruttibile,
finiranno per convergere, distinti ma subordinati, intorno a un punto Omega, trascendente.
E questa sarà la fine del mondo».
2. “Nessuno fa il nome di Cristo nel dibattito su scienza e fede” (2 ottobre 1962)
tratta di un convegno svoltosi alla Fondazione Cini su scienza e fede. Montale trova
«confortante che nessuno abbia fatto il nome di Cristo e che sia stata così evitata la trasformazione
del dibattito in un’esibizione di pseudo-cattolicesimo mondano… Naturalista, biologo e se non erro paleontologo era il Teilhard de Chardin di cui si è fatto più
volte il nome nelle presenti discussioni. Il dotto gesuita accettò la teoria darwiniana dell’evoluzione e dedusse la rivelazione cristiana da quel sistema, ma dovette abbandonare l’uomo, nel corso di milioni di secoli, alle forze della natura, che alternano la creazione alla distruzione. Dio in quel sistema appare all’inizio e alla fine del mondo».
3. “Sul filo della corrente” (19 febbraio 1963) descrive la società attuale, caratterizzata dall’accentuato egotismo e protagonismo individuale che non costruiscono nulla di
durevole: «L’opinione che si vive una volta sola ha messo solide radici persino in coloro che credono nell’aldilà. Sia pure, essi dicono, ci sarà un aldilà, ma non essendo possibile
ch’esso sia simile all’al-di-qua vediamo di spremere tutti i succhi della vita presente che ci è data. Non si può ammettere che i sensi non abbiano un senso; non è pensabile
che Dio dopo averci fatto nascere stia lavandosi le mani di noi per migliaia di secoli, come ci fa supporre il venerato Teilhard de Chardin. D’altronde, se il Creatore
è misericordioso, e come non pensarlo tale?, comprenderà che durante simile sterminato intervallo nessun essere ragionevole poteva vivere dimezzando le proprie facoltà
vitali. E così il peccato, il male non fa più paura a nessuno, perché rappresenta il momento necessario nella dialettica del bene; anzi il bene non sarebbe neppure immaginabile
senza la contropartita del male».
4. “Il gesuita proibito” (15 marzo 1963) è la recensione-commento al celebre libro di Giancarlo Vigorelli,3 che almeno in parte fece finalmente conoscere agli italiani il
pensiero di Teilhard, le cui opere postume si stavano pubblicando in Francia sin dal 1955. Montale inizia così il suo articolo: «L’ultimo serio colpo al creazionismo dei teologi
che accettano alla lettera le parole della Bibbia l’ha dato un sacerdote cattolico largamente noto come geologo e paleontologo e ancor più conosciuto per il suo dramma
personale di sincero cristiano fedele alla sua Chiesa ma irriducibile a ogni sconfessione del suo pensiero religioso e scientifico». Poi descrive il pensiero di Teilhard sino
all’Omega e precisa: «Tutto ciò era già nell’occulto pensiero di Alfa, il punto di partenza, il “fiat” iniziale, ma sono occorsi milioni d’anni e l’avvento di Cristo perché il processo
si compisse secondo le leggi della natura, attraverso feroci selezioni, decimazioni, stragi e sprechi d’ogni genere. Le vie dell’evoluzione sono disseminate di cadaveri, il male è in noi come un ostacolo da superare, ma non sembra gli si riconosca una esistenza ontologica. Comunque siamo lontani da ogni manicheismo o dualismo esistenziale.
La natura è a suo modo divina, la vita dev’essere vissuta con gioiosa accettazione e il singolo deve aprirsi al collettivo, all’immagine di un’umanità totale assorbita nel suo ultimo destino. Socialismo, se volete, ma senza alcuna connessione con i socialismi materialisti d’oggi; e un largo afflato di religiosità terrestre che non sorprende in un
sacerdote che si disse naturaliter panteista e che lottò tutta la vita per conciliare il cielo e la terra.
Mi rendo conto che un’esposizione così sommaria può lasciare interdetto il lettore. Nel Fenomeno umano essa è invece dedotta con spirito consequenziale e con una ricchezza di osservazioni scientifiche tale da trascinare il più riluttante lettore. Da questo punto di vista il libro è tanto più pericoloso per la teologia tradizionale in quanto l’opera divina, anziché essere negata, viene assorbita e quasi condizionata da un immenso processo
naturale».
Alla fine, Montale esprime la sua opinione personale:
«Nel pensiero teilhardiano il punto Omega (Dio) è anche una creazione umana: Dieu a besoin des hommes, idea che non mi spaventa ma sarà difficilmente accettabile da chi
vede nel dono della vita un atto gratuito. C’è stato il punto Alfa, ma che bisogno Egli aveva di produrre l’uomo attraverso una serie innumerevole di distruzioni, selezioni,
sconvolgimenti e massacri? E se non poteva farne a meno conviene ammettere che Egli era appena un pre-Dio condizionato, naturale e imperfetto, nozione che non mi preoccupa personalmente, ma…
C’è di più; il passaggio dalla biosfera alla noosfera e quel che ne segue non è dedotto, è indotto: resta un’ipotesi. Inoltre: qual è il significato delle galassie e degli altri pianeti
(probabilmente disabitati) se sulla stessa terra l’<asse> del Cristianesimo ha lasciato da parte interi continenti? Come si può pensare che la “stoffa” della natura sia tessuta e
sottesa da una volontà univoca? (Lo stesso Chardin in Cina e in India ne ha dubitato).
Un punto ancora tra i mille che si affacciano: se il tessuto è continuo, se il più contiene il meno e il meno è un anticipo del più, se un principio d’anima è già negli animali, come
la mettiamo l’immortalità dell’anima dei pesci, dei rettili e degli uccelli? E per concludere  diciamo tutta la verità: in quale frigorifero sono finite le anime dei milioni di milioni
di uomini vissuti prima di noi in attesa di incentrarsi attorno, o al di sotto del punto Omega? Forse che quelle sono travasate quantitativamente nelle nostre? A mio modo
di vedere una nozione quantitativa dell’anima non ha nulla a che vedere con la nozione cristiana di sopravvivenza post-mortem.
Tutto ciò non toglie che il gesuita Teilhard de Chardin sia stato un grande veggente, un illuminato. Una sola frase tolta da una lettera: “È tirandosi dietro tutto il mondo dentro
di sé che si avanza nel cuore di Dio”, potrebbe salvare molti spiriti che stanno annegando
nel gorgo dell’uomo moderno “improbabile” e “assurdo”».
5. “Lettera da Albenga” (21 aprile 1963) è una riflessione sull’esistenza di Dio, con alcuni riferimenti al pensiero di Teilhard. La riporto quasi per intero:

«Anche i fisici dell’atomo credono in Dio. Così mi scrive, da Albenga, l’ingegnere Della  Valle, che ringrazio. Ma il Dio dei fisici, egli aggiunge, ha poco a che fare col Dio
delle religioni storiche e men che meno col Dio di Teilhard de Chardin. Il Dio dei fisici è l’entità che ha creato con un fiat unico e indivisibile le premesse (la materia) da cui si svolgeranno poi le varie forme della vita, fino all’avvento dell’uomo.4 L’errore delle religioni
è stato di prestare a questo Ente o Potere caratteri antropomorfici. Si giunge fino ad attribuirgli risentimenti e odio; si parla del “placatore della collera divina”;
si pensa di propiziarselo con particolari accorgimenti; si attendono da Lui vendette o ricompense.
Tutto ciò sembra ridicolo al mio lettore e, a quanto pare, ai fisici che la pensano come lui. Né io scrivo qui per contraddirlo. Se in realtà il Creatore fosse immaginabile con i poteri e la lungimiranza che gli si attribuiscono, sarebbe difficile non renderlo corresponsabile degli orrori che si sono accumulati sull’uomo da molte migliaia di millenni.
Se poi il Dio iniziale (l’Alfa) non fosse che un Dio parziale che attende di poter compiere numerosi altri fiat per completare se stesso e raggiungere la condizione finale di
Omega, tanto più allora bisognerebbe supporre in lui i caratteri della mente umana e l’antropomorfismo toccherebbe l’assurdo.
Fin qui seguo la traccia offertami dall’ingegner Della Valle. Se poi mi sforzo di integrare il suo pensiero, debbo inferirne che il Dio dei fisici ignora l’opera sua e le conseguenze
che ne sono venute. Infatti, ammettere in Lui una conoscenza, nel senso che la parola ha per noi, sarebbe già riconoscergli un pensiero: il nostro. Il Dio dei fisici non  può avere neppure una esistenza attuale, tanto meno un’esistenza futura. Egli è stato, una sola volta, unica e irripetibile; la nostra debole mente non può fare a meno di raffigurarselo
come Persona, sia pure non fisica, ma in verità Egli non fu che l’attuarsi di una Condizione (forse improbabilissima) che maturò con leggi proprie, senza che il Condizionatore ne sapesse nulla.
Diciamo pure tutto: un simile Dio non dà consolazioni all’anima umana ed era inevitabile che il suo volto subisse adattamenti e mascheramenti. In una civiltà di massa siffatti
camouflages sembrano del tutto necessari. Il Dio della nostra civiltà diventerà sempre più una suppellettile del nostro comfort quotidiano: degli attributi umani che gli conferiamo
perderà solo quello della collera, non quelli della benevolenza e dell’ inclinazione al compromesso, al pateracchio.
I Greci avevano risolto il problema in altro modo: inventando gli Dei, divinità ad hoc fatte a loro misura. Non diverso il pensiero di Holderlin che credeva all’esistenza di divinità
terrestri, viventi in incognito tra di noi. Ma non è facile incontrarne qualcuna; solo ai poeti è concessa tale possibilità. Ed è questo ancor oggi l’unico modo di avere
un’esperienza concreta del divino…».
6. “Soltanto inventariare” (27 giugno 1965) è il titolo riferito agli artisti degli anni
Sessanta, che secondo l’opinione del critico Enzo Siciliano offrono solo “inventari e non espressioni”. Montale scrive: «…resto incerto quando Siciliano mi dice che i concetti
cristiani e kantiani appaiono esauriti, benché egli aggiunga che “a tutt’oggi è difficile prevedere quale possa essere la strada speculativa per arrivare a tanto”. La strada mi
pare invece ben chiara: è quella dell’uomo concepito come fine: tesi che molti tra i più grandi scienziati d’oggi, non necessariamente cristiani, pongono in dubbio. Non nego
che il cristianesimo inteso come macchina sociale, dogmatismo e burocrazia sia in pieno sfacelo; contesto solo che esso debba risolversi nel culto dell’uomo e possa risollevarsi con le escogitazioni parascientifiche del paleontologo Teilhard de Chardin. Per quel che nega, più che per quello che afferma, il cristianesimo ha ancora molto da dire…
7. “Variazioni” (23 settembre 1969)
«Quando l’evoluzione biologica dell’uomo avrà compiuto la necessaria escalation, le anime dei superstiti uomini (non si sa se pochi o molti) decolleranno alla crosta (psichica)
del mondo e raggiungeranno il punto Omega fondendosi nel Tutto (Dio?) “ma conservando la loro individualità specifica”. Le parole tra virgolette sono di Nicola
Abbagnano, il quale ha riassunto in questi giorni il pensiero di Teilhard de Chardin. Io del dotto gesuita ho letto un libro solo – Il fenomeno umano – e non posso dire in qual
modo, e in quale opera, il problema della specifica individualità delle anime post mortem sia stato da lui affrontato. Ho letto però i saggi di parecchi teilhardiani e sono rimasto a mani vuote. Naturalmente il paleontologo gesuita avrà cercato di cavarsela alla meglio e non dubito ch’egli, scienziato ma anche prete, abbia potuto scrivere, qualche volta, più o meno di quanto pensava.
Non importa: fingiamo pure di credere che il traguardo da lui immaginato risponda al vero. Come la mettiamo allora la conservazione di quei miliardi di anime che sono esistite
e si sono spente prima del decollo [Omega]? Bisognerebbe ricorrere all’ipotesi della metempsicosi, alle molte e successive reincarnazioni delle anime. Il che non è affatto
contemplato dalle Sacre Scritture. La religione che dovrebbe legare insieme gli uomini, non può andar d’accordo con quella scienza, la biologia, che è selezionatrice
per eccellenza. Il giorno in cui il mondo finirà tutti gli uomini che sono apparsi alla luce, da Adamo fino a Mr. Smith, dovranno essere salvi e recuperati. Così si dice. Me ne
rallegro anche se io, personalmente, non mi sento degno di alcun recupero».
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
(da “Ossi di seppia”, 1925)
T. Signorini – Piagentina
COMMENTO
A. Esaminiamo la poesia, suddivisa in tre parti diversamente colorate:
Paleontologo e prete, ad abundantiam
uomo di mondo, se vuoi farci credere che un sentore di noi si stacchi dalla crosta di quaggiù, meno crosta che paniccia,
per allogarsi poi nella noosfera che avvolge le altre sfere o è in condominio e sta nel tempo (!), ti dirò che la pelle mi si aggriccia quando ti ascolto. Il tempo non conclude
perché non è neppure incominciato.
È neonato anche dio. A noi di farlo vivere o farne a senza; a noi di uccidere il tempo perché in lui non è possibile
l'esistenza.
L’incipit in blu definisce la figura di Teilhard de Chardin. Gli articoli esaminati dimostrano che il poeta ha nei suoi confronti un atteggiamento di contenuta ammirazione
per la fermezza con cui seppe difendere le proprie idee. Quantunque abbia opinioni diverse, Montale riconosce il valore della principale opera teilhardiana che ha letto, Il
fenomeno umano.
Con l’espressione “uomo di mondo” s’intende solitamente una persona che ha vissuto molte esperienze. Il titolo di un libro di Carlo Cassola (Dal “Cortigiano” all’“Uomo di
mondo”) aiuta a comprenderne meglio il significato: Teilhard de Chardin è scienziato ma anche gesuita e, in quanto tale, dipende da un Ordine cui deve assoluta obbedienza.
Ciò nonostante egli è “ad abundantiam uomo di mondo”, vale a dire un uomo che manifesta senza timori le proprie idee, condivide le vicende umane – come al fronte
per assistere i feriti o nelle aree paleontologiche di ogni continente con altri scienziati - ha intensi rapporti epistolari con molte persone, sia uomini che donne, durante tutta la
vita. Per Montale, l’espressione “uomo di mondo” sarebbe quindi elogiativa.
Nella parte in verde è tratteggiato il pensiero di Teilhard sull’esito finale della noosfera, che sgomenta o fa inorridire il poeta (“la pelle mi si aggriccia/quando ti ascolto”).
In colore viola, le affermazioni con cui Montale giustifica il suo atteggiamento negativo rispetto alla visione tendenzialmente ottimistica di Teilhard.
La poesia “A un gesuita moderno”, come già detto, fa parte della raccolta Satura, di cui F. De Rosa scrive: «Ci troviamo davanti a un libro miscellaneo e di poesia satirica. Il
che giustifica uno choc anche prima della lettura, poiché né il carattere miscellaneo, né tanto meno il genere satirico erano mai stati patrimonio della poesia montaliana…
Montale ha parlato esplicitamente di “poesia comica” per le sue raccolte da Satura in poi».5 Ciò spiega meglio il tono ironico della poesia riferita a Teilhard, che taluni citano
per sminuirlo.
B. Negli scritti esaminati, Montale precisa il suo pensiero nei riguardi dell’evoluzione e di Dio. Egli è particolarmente colpito dalle feroci selezioni e stragi avvenute durante
un passato evolutivo di milioni di anni. Si tratta di vicende estremamente drammatiche, è innegabile! Nel commento ad un lavoro di Julien Ries,6 è stato pure rilevato l’enorme
lasso di tempo, di cui non si ha chiara percezione, fra la comparsa di Homo abilis e la venuta di Cristo. Il diagramma sottostante serve a cogliere grosso modo le inimmaginabili
dimensioni temporali del nostro passato:
Homo abilis Homo erectus H.Sapiens 2,5 milioni di anni fa G.Cristo
In realtà, Teilhard de Chardin non fissa lo sguardo su tale smisurato arco di tempo, se non per individuarvi il “filo d’Arianna” della crescente complessificazione. Persino nel
disumano scenario della 1^ guerra mondiale, egli guarda al Futuro dell’umanità: intuisce, sino a esserne sicuro, la nascita e lo sviluppo della Noosfera, che complessificandosi
sempre più tenderà a centrarsi in un Punto Omega umano e divino.7 Il corso stesso del tempo non implica che il progresso umano si realizzi con certezza, perché la libertà
può essere usata sia per il bene che per il male.8 Ciò che conta è il senso delle intenzioni e delle opere umane. Scrive Teilhard: «C’è soltanto un senso buono ed un senso
cattivo: il senso dell’ascesa, dell’unificazione amplificante, del massimo sforzo spirituale; e il senso della discesa, dell’egoismo che immiserisce, del godimento materialistico.
Seguite nella direzione che conduce in alto, tutte le creature sono luminose».9 Tutte, anche quelle che vissero migliaia di anni fa!
Su un punto Montale e Teilhard concordano: il male è strutturalmente connesso con il processo evolutivo. Ma il secondo puntualizza: «Un Mondo che non presentasse più
traccia o minaccia di Male sarebbe un Mondo già ultimato»10 e «L’essere si rinnova soltanto con la morte. Bisogna vivere per infrangere un bozzolo».11
C. Sarebbe interessante prendere in esame, una per una, le riflessioni di Montale contro l’esistenza di Dio, ma a che servirebbe? Sappiamo infatti che non ci sono, né possono
esserci - perché altrimenti la libertà di auto-decidersi verrebbe meno! - argomentazioni
di per sé sufficienti a dimostrare in modo inconfutabile le ragioni della propria scelta spirituale.
A ben guardare, però, prima di decidere fra l’esistenza o non esistenza di Dio (tema su
cui normalmente s’incentra il dibattito fra credenti e atei), bisognerebbe risolvere
questa domanda preliminare: qual è, per noi, l’Increato ovvero l’Assoluto? Vi sono due
tipi di risposte: 1) è l’Universo stesso (o la Materia o l’Energia o gli Elettroni12 di cui è costituito). Stephen Hawkings teorizza che – siccome esiste (!) la “Legge di gravità” – l’Universo può crearsi dal nulla.13 Se così fosse, l’Assoluto sarebbe la Legge di gravità, che per Hawkings è di fatto Increata, dato che non la fa dipendere da
nient’altro; 2) è un Essere trascendente.
L’atto di fede, per così dire primario, consiste nel credere che una delle due suddette alternative sia quella vera o per lo meno la più probabile.
La ragione ha qualche peso in questa scelta? Dovrebbe o potrebbe averla, certamente!
Come abbiamo visto, Montale osserva: «Il Dio dei fisici ignora l’opera sua e le conseguenze che ne sono venute. Infatti, ammettere in Lui una conoscenza, nel senso che la parola ha per noi, sarebbe già riconoscergli
un pensiero: il nostro». Teilhard de Chardin ragiona invece così:
«Poiché la persona umana, con la sua intelligenza e il suo straordinario potere di amare, rappresenta la forma più perfetta che conosciamo nella serie degli elementi del
Mondo, noi diciamo che Dio dev’essere concepito nella direzione di una superpersona…
Un Dio che fosse “una legge”, o una verità astratta, avrebbe meno essere di noi! Il che è assurdo».14
Con la prima alternativa, bisogna necessariamente pensare che l’ordine e la razionalità di tipo matematico (implicita nei rapporti fra gli elementi fisici dell’Universo, come nella
complessità astronomicamente elevata del nostro sistema nervoso) derivino da un processo originario caotico, privo di finalità intrinseche, e da un’infinita serie di casi
consecutivi favorevoli. Per quanto mi riguarda, ritengo che questo scenario assomigli più ad un racconto fiabesco che a un normale esito del calcolo probabilistico.
La seconda alternativa ammette un Essere (Dio) che ha creato gli elementi e le leggi fisiche del mondo, in via di costruirsi evolutivamente. L’orientamento del moto evolutivo
verso la crescente complessità, sino all’uomo (e oltre), sarebbe avvalorato scientificamente dal “Principio antropico”, discusso dall’astrofisico Alberto Masani in un suo articolo qui pubblicato.15
D. Le argomentazioni scientifiche sono evocate sia da coloro che credono in Dio sia da
coloro che Lo negano (ma questi ultimi “credono”, quasi sempre senza rendersene conto,
in un Assoluto immanente, ossia alla prima delle due alternative sopra indicate!).
Poiché la situazione è senza alcun dubbio questa, i dibattiti oggi di moda sul tema Scienza e Fede risultano pressoché inutili, se non controproducenti (soprattutto per chi
vorrebbe indurre gli atei a credere in Dio16). Confermo perciò quanto detto nello studio
«“Scienza e Fede”: tema troppo insistito ed esperienze ignorate (Teilhard e Florenskij
)» (http://www.biosferanoosfera.it/scritti/SCIENZA%20%20FEDE.pdf), essendo in ciò confortato dall’opinione di uno dei maggiori filosofi viventi, Alasdair MacIntyre,
che ha recentemente scritto: 17
«Egli [Newman] sapeva bene che la credenza che Dio esista è contestabile e che non ci sono argomenti a favore dell’esistenza di Dio ugualmente cogenti per tutte le persone
intelligenti. I non credenti contemporanei ritengono però che sarebbero razionalmente giustificati a credere nell'esistenza di Dio solo se venissero loro offerti degli argomenti
risolutori [a quanto pare, è anche il caso di E. Montale]. A una simile posizione il teista deve rispondere che ogni essere la cui esistenza fosse giustificata in tal modo
non sarebbe Dio. Non è che non ci siano argomenti sufficienti a giustificare l’asserzione teista dell’esistenza di Dio: piuttosto la correttezza di questi argomenti sarà
sempre contestabile, proprio a causa della natura di Dio e della sua relazione con la Creazione».
Sono pervenuto alla stessa conclusione in: «Verità dell’anima (un dialogo interiore)»
(http://www.biosferanoosfera.it/scritti/RELATIVISMO%20E%20VERITA.pdf), dove aggiungo: «Mi sembra che occorra accettare il rischio di ammettere un certo relativismo della ragione, che è tuttavia il male minore rispetto alle dannose conseguenze del fondamentalismo e del modello esclusivista. Osservo però che se una certa fede nasce per davvero dal discernimento interiore, essa è anche l’unica possibile, ed è per questo che la persona la sente vera. Sarebbe quindi fuori posto volerla imporre con dei ragionamenti, anziché proporla con una coerente ed umile testimonianza personale».
In definitiva, la “soluzione” del problema di Dio è concretamente data dalla risposta esistenziale di ciascun uomo, piuttosto che dalle sue concezioni scientifiche, filosofiche e teologiche. Ne deriva che la fede in Dio ha soprattutto bisogno di essere testimoniata
con modi di agire da essa ispirati.
E. In un’intervista del 1965 fu chiesto ad Eugenio Montale se il poeta può fare a meno di Dio. Egli rispose così:
«Io sono un poeta che ha scritto un’autobiografia poetica senza cessare di battere alle porte dell’impossibile. Nella mia poesia c’è il desiderio d’interrogare la vita. Dopo lo
scetticismo iniziale, nei miei versi della maturità ho tentato di sperare, di battere al muro, di vedere ciò che poteva esserci dall’altra parte della parete, convinto che la vita ha
un significato che ci sfugge. Ho bussato disperatamente come uno che attendeva una
risposta. C’è nozione di Dio, nella mia poesia: ma a patto di togliere a Dio ogni attributo
dogmatico. E io sono un cristiano: ma un cristiano che non appartiene a nessuna
chiesa».18
Il minimo che si possa dire è che Montale riconosce in Cristo l’Anthropos per eccellenza
(che esorta tutti, senza distinzioni, ad una crescente “umanizzazione”), ma ritiene
che «il cristianesimo inteso come macchina sociale, dogmatismo e burocrazia sia in
pieno sfacelo» (p. 5), che il Vangelo, quindi, sia “occultato”, non testimoniato fedelmente. 19
Negli anni ’60-’70, egli forse condivideva con molti altri la speranza che Teilhard de Chardin fosse all’avanguardia di un generale rinnovamento della Chiesa. È difatti significativo che Montale lo abbia stimato come «un grande veggente, un illuminato»  e che abbia intravisto nel suo pensiero («È tirandosi dietro tutto il mondo dentro di
sé che si avanza nel cuore di Dio») un nuovo modo di essere cristiani: talmente partecipi ai problemi del mondo da poter trascinare con sé e «salvare molti spiriti che stanno
annegando nel gorgo dell’uomo moderno “improbabile” e “assurdo”» Il poeta considera Teilhard de Chardin «uomo di mondo» (in senso lodativo, come già detto), cioè capace di relazionarsi positivamente con molte persone, spesso atee o agnostiche, restando sul loro stesso piano. Questo atteggiamento è riscontrabile con assoluta
evidenza nelle sue numerossime lettere, e ciò è molto istruttivo! Difatti, a coloro che negano l’esistenza di Dio oppure dubitano della Sua Bontà e Misericordia, non si
possono dare delle risposte dogmatiche, come fanno ad esempio certi ambienti cattolici od i fondamentalisti delle altre religioni e confessioni. Di grande ostacolo è anche
una certa aria cattedratica che talvolta il credente ostenta nei riguardi dell’ateo e dell’agnostico.
«Fin quando – nota Teilhard de Chardin - noi sembreremo voler imporre dall’esterno, ai moderni, una Divinità precostituita, anche se fossimo immersi tra la folla, predicheremmo irrimediabilmente nel deserto. C’è un solo mezzo per far regnare Dio sugli uomini del nostro tempo: è quello di passare attraverso il loro ideale; è cercare con loro il
Dio che noi già abbiamo, ma che è ancora tra noi come se non lo conoscessimo».20
Credere o non credere in Dio significa vivere rispettivamente, come se Dio esistesse o come se Dio non esistesse.
Ma credere è molto di più della scommessa di Pascal, basata su un criterio di ragionevole convenienza probabilistica. L’atto di fede implica l’umiltà di riconoscere la finitezza
della ragione umana e nello stesso tempo il desiderio di trascenderla, senza peraltro abbandonarla. Credere è un costante orientamento della vita al Divino e, per il cristiano,
alla Parola rivelata da Gesù.
Note
1 In Satura, Oscar Mondadori, Milano 2009.
2 Cfr. http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=430&id_n=17923
3 G. Vigorelli, Il gesuita proibito, il Saggiatore, Milano, prima edizione febbraio 1963.4 C’è una nuova tesi dell’astrofisico Stephen Hawkings, secondo il quale l’universo si è creato da sé, e pertanto Dio
non ne è l’Autore. La questione è ripresa nel commento finale.
5 Cfr. “Profilo di Satura”, in http://chroniquesitaliennes.univ-paris3.fr/PDF/57/DeRosa.pdf pp. 113 e 121.
6 http://www.biosferanoosfera.it/scritti/ORIGINE%20COSCIENZA%20ARCAICA.pdf pp. 11-12.
7 http://www.biosferanoosfera.it/scritti/PUNTO%20OMEGA.pdf
8 http://www.biosferanoosfera.it/scritti/progresso.pdf
9 P. Teilhard de Chardin, Le direzioni del futuro, SEI, Torino 1996, p. 87.
10 P. Teilhard de Chardin, L’ambiente divino, Queriniana, Brescia 1994, p. 59, in nota 3.
11 P. Teilhard de Chardin, Journal, Fayard, Paris 1975, p. 326.
16 Per rendersi conto di ciò, si ascolti il dibattito del 20.1.2010 fra il Vescovo di Verona, Mons. G. Zenti, e l’astrofisica
M. Hack, in http://www.youtube.com/watch?v=vHOD28PGxrw&feature=PlayList&p=A90644C12D76A808&index=0&playnext=1
17 “Fede, ragione e scienza. La lezione di Newman” , in “Vita e Pensiero”, Luglio - Agosto 2010, p. 24.
12 Cfr. Jean Charon, Lo psichismo nell’universo http://www.biosferanoosfera.it/scritti/PSICHISMO%20UNIVERSO.pdf
13 Cfr. http://cosmiclog.msnbc.msn.com/_news/2010/09/01/5028472-hawking-says-gods-not-needed-so
14 P. Teilhard de Chardin, Realizzare l’uomo, il Saggiatore, Milano 1974, p. 58.
15 http://www.biosferanoosfera.it/scritti/IL%20PRINCIPIO%20ANTROPICO.pdf
Si veda altresì la celebre opera di John D. Barrow e Frank J. Tipler, Il principio antropico, Adelphi, Milano 2002.
18 Cfr. http://www.csscro.it/riviste/2003_gennaio.pdf pp. 71-72.
19 Su tali aspetti: cfr. G. Nobis, L’amore incompiuto – Fede cristiana e dogmi, il Segno dei Gabrielli ed., S. Pietro in Cariano
(VR), 2009. Si veda la recensione in http://www.biosferanoosfera.it/scritti/REC%20LIBRO%20NOBIS.pdf
20 P. Teilhard de Chardin, Note pour servir à l’Évangélisation des Temps nouveaux, in “Écrits du temps de la guerre,
-Grasset, Paris 1965. La Note pour servir … è inedita in Italia.


dal sito biosferanoosfera.it
Aller à Dieu par la création ?
Des Ursulines de l’Union Romaine
réfléchissent sur la création,
en approfondissant la pensée de Teilhard de Chardin.
Penser la création
avec Teilhard de Chardin
INTRODUCTION
Pierre Teilhard est né le 1er Mai 1881, à Sarcenat, en Auvergne.
Le Christ l’a accueilli dans sa lumière le 10 Avril 1955, jour de Pâques.
Il entre dans la Compagnie de Jésus à 18 ans. Il est mobilisé en 1914 et fera toute la guerre dans les tranchées, en tant que brancardier. Les périodes d’inactivité, à l’arrière du front, lui permettent d’écrire. Ses grandes intuitions datent de ce temps de guerre.
Dans un essai du 8 Juillet 1918 sur « Le prêtre », il écrit :
« Je voudrais être, Seigneur, moi, pour ma très humble part, l’apôtre, et (si j’ose dire) l’évangéliste de votre Christ dans l’Univers. -Je voudrais, par mes méditations, par ma parole, par la pratique de toute ma vie, découvrir et prêcher les relations de continuité qui font du Cosmos où nous nous agitons, un milieu divinisé par l’Incarnation, divinisant par la Communion, divinisable par notre coopération. »
(Œuvres, Tome XII, Ecrits du temps de la guerre, p. 329)

‘L’apôtre de votre Christ dans l’Univers.’
Christ et Univers sont indissociables dans la pensée de Teilhard. Le Père Martelet dit que Teilhard est « le premier penseur chrétien à vraiment affirmer l’identité profonde de la création tout entière dans son rapport au Christ et du rapport du Christ à la création tout entière. » (Gustave Martelet : Teilhard de Chardin, prophète d’un Christ toujours plus grand, Lessius, 2005, p.243)
Le Christ de Teilhard est en effet le Christ « en qui tout tient ».
(Col.1, 17). Il mérite en cela le titre de Christ universel, puisque la Création tout entière dépend de lui. La création qui ne peut se passer du Christ pour trouver sa consistance est aussi nécessaire au Christ qui, en tant qu’universel, ne saurait s’en passer. Premier penseur chrétien, dit le Père martelet, penseur et chercheur. Chez Teilhard, la recherche passionnée de l’Absolu va toujours de pair avec la soif de connaître, de comprendre. Par là, il se situe dans la grande tradition des théologiens philosophes comme Augustin d’Hippone, Thomas d’Aquin ou Anselme de Canterbury, dont la visée fondamentale est de ‘comprendre pour croire’ et de ‘croire pour comprendre’.
Toute sa vie, Teilhard a poursuivi la cohérence intérieure, la recherche de la vérité pour lui-même d’abord, et pour pouvoir la communiquer aux autres ensuite.
« Je voudrais, avait confié Teilhard dès 1916 à l’un de ses frères jésuites, le Père Fontoynont, pouvoir aimer passionnément le Christ dans l’acte d’aimer l’univers. - N’est-ce point une chimère ou un blasphème ? En plus de la communion avec Dieu et de la communion avec la terre, - y a-t-il la communion avec Dieu par la terre, - celle-ci devenant comme une grande Hostie où Dieu se tiendrait pour nous ?... Je le voudrais pour moi et pour beaucoup d’autres... »
Aimer passionnément le Christ en aimant l’univers, tel est le projet.
Comment Teilhard le réalise-t-il ?
M’inspirant du texte cité plus haut, j’ai retenu 3 aspects de sa démarche :
 Un milieu divinisé par l’Incarnation
 Un milieu divinisant par la Résurrection et l’Eucharistie
 Un milieu divinisable par notre coopération.

I. Un milieu divinisé par l’Incarnation
A/ La Création
Comment Teilhard conçoit-il la création ?
Entre le Christ et le Cosmos, il y a une relation privilégiée. Selon la conception chrétienne de la Trinité, le Christ est le médiateur de la création. « C’est en LUI qu’ont été créées toutes choses, les visibles et les invisibles... Toutes choses ont été créées par Lui et pour Lui... et toutes choses subsistent en Lui. » Col. 1, 15-17. C’est le texte de Paul le plus souvent cité par Teilhard. Tout ce qui existe a un rapport direct avec le Christ, un rapport ontologique. Rapport qui n’est pas seulement d’origine : tout a été créé par Lui, mais aussi en Lui et pour Lui ; c’est-à-dire que le Christ médiateur a un rapport privilégié avec la création dans sa genèse, depuis l’origine jusqu’à son terme. Tout se transforme, tout se crée en permanence sous l’influx et l’attrait divin.
« Il y a quelque chose de sacré dans tout le Réel, note Teilhard dans sa retraite de 1919. Le nom chrétien de la réalité universelle que j’adorais depuis longtemps, je le lus enfin en moi : c’était l’influence cosmique du Christ. » (XII, p.438)
La création comme Milieu divin, comme Tout créé par Dieu et animé par sa présence immanente, évoque pour Teilhard ce qu’il y a de vrai dans les différentes formes de panthéisme.Le Cosmos est le lieu de la présence immanente du Christ en tant que créateur. La création comprise comme une cosmogénèse est une sorte d’Avent : une lente et longue préparation de l’Incarnation.
B/ L’Incarnation
L’Incarnation est le point singulier où le Transcendant assume son immanence dans le créé, c’est-à-dire dans la cosmogénèse. En devenant homme parmi les hommes, il prend la tête de l’humanité, flèche de l’évolution. L’homme étant partie intégrante du Cosmos et de son histoire, la cosmogénèse culmine en anthropogenèse. Puisque l’Homme-Dieu assume en personne la réalité universelle, cosmique, l’anthropogenèse devient une Christogénèse. « La puissance du Verbe s’irradie jusque dans la Matière ; elle descend jusqu’au fond le plus obscur des puissances inférieures. »(Le Milieu Divin IV, p. 49)
Le Milieu divin prend toute sa dimension. Le Christ n’est pas seulement présent au monde par son action créatrice, donc immanente, mais surtout par sa présence personnelle en tant que Verbe incarné. C’est Dieu en personne qui anime sa création. Le monde devient ‘diaphane’.
« S’il est permis de modifier légèrement le mot sacré, nous dirons que le grand mystère du christianisme, ce n’est pas exactement l’apparition, mais la Transparence de Dieu dans l’Univers. Oh ! oui, Seigneur, pas seulement le rayon qui effleure, mais le rayon qui pénètre. Pas votre Epiphanie, Jésus, mais votre diaphanie." (IV, 162)
Par son incarnation, le Christ manifeste sa présence au cœur du monde, nous verrons ensuite comment, par son Eucharistie, il consacre le monde tout entier.
L’incarnation est donc d’abord une incorporation de Dieu à la réalité du monde qui commande celle de l’homme. Elle donne à l’homme et au monde sa signification, son sens.
« Ne nous scandalisons plus, sottement, des attentes interminables que nous a imposées le Messie. Il ne fallait rien moins que les labeurs effrayants et anonymes de l’Homme primitif, et la longue beauté égyptienne, et l’attente inquiète d’Israël, et le parfum lentement distillé des mystiques orientales, et la sagesse cent fois raffinée des grecs pour que sur la tige de Jessé et de l’Humanité la Fleur pût éclore. Toutes ces préparations étaient cosmiquement, biologiquement, nécessaires pour que le Christ pût prendre pied sur la scène humaine. Et tout ce travail mû par l’éveil actif et créateur de son âme en tant que cette âme humaine était élue pour animer l’Univers. Quand le Christ apparut entre les bras de Marie, il venait de soulever le Monde." (IX Science et Christ p. 91)
Décrivant les lenteurs insondables de la préhistoire, Teilhard rejoint Péguy qui, en une longue suite de strophes admirables, dit l’attente séculaire du Messie. La Grèce, Rome et Carthage préparaient sa venue.
« Et les pas d’Alexandre avaient marché pour lui,
De son jeune berceau jusqu’à sa jeune mort.
Il était le Seigneur de l’un et l’autre port,
Il était le Seigneur d’hier et d’aujourd’hui.
Et les pas d’Hérodote et les pas de Darius,...
Les pas des légions avaient marché pour lui,
Les voiles des bateaux pour lui s’étaient gonflées.
Pour lui les grands soleils d’automne avaient lui.
Les voiles des bateaux pour lui s’étaient pliées.
C’était lui qui marchait derrière le romain,
Derrière le préfet, derrière la cohorte.
C’était lui qui passait par cette haute porte.
Il était le Seigneur d’hier et de demain.
Et les pas d’Annibal avaient marché pour lui,...
Les éléphants d’Afrique avaient marché pour lui... » (Eve)
Et ainsi de suite.
La raison d’être de l’Incarnation, pour Teilhard comme pour Péguy, est l’acte créateur lui-même dans tout son déploiement, l’assomption de tout le créé, et pas seulement la rédemption du péché. Il se veut en cela fidèle à Saint Paul. « Béni soit Dieu, le Père de Notre Seigneur Jésus-Christ : il nous a bénis de toute bénédiction spirituelle dans les cieux, en Christ. Il nous a choisis en lui dès avant la création du monde, pour que nous soyons saints et irréprochables sous son regard, dans l’amour. » Ephes. 1, 4
Pour présenter l’Incarnation, Teilhard part du Christ et non d’Adam et du péché. Il y a dans la tradition chrétienne deux grandes tendances théologiques pour rendre compte de l’Incarnation. L’une, avec Saint Irénée, Duns Scott, la rattache à l’acte créateur. L’autre, à la suite de Saint Augustin, la lie exclusivement au péché : le Christ s’est incarné pour le rachat de nos péchés.
Teilhard se rattache à la première famille d’esprits : pour lui, le verbe incarné est le centre d’un univers qui, par dessein créateur de Dieu, ne peut pas se passer de lui.
« Par son Incarnation, le Christ s’est inséré non seulement dans l’Humanité, mais dans l’Univers qui porte l’Humanité - non seulement à titre d’élément associé, mais avec la dignité et la fonction de principe directeur, de Centre vers qui tout amour et toute affinité convergent. » (XII, 67)
Alpha et Oméga du monde, le Christ agit par empathie. Il attire du dedans. Il aimante le réel où il s’est enfoncé. Le Corps mystique dont nous parle la foi chrétienne comporte dans le Christ un versant d’Univers qu’on a coutume d’oublier.
« Si mystérieux et vaste que soit déjà le Corps mystique, dit Teilhard, il n’épuise donc pas l’immense et bienfaisante intégrité du Verbe fait chair. Le Christ a un corps cosmique répandu dans l’Univers tout entier : tel est le mot ultime qu’il faut entendre. » ( XII, 67 )
Nous retrouverons le Christ Cosmique ou Christ Universel en parlant du Ressuscité. Avant d’aborder la seconde partie, il nous faut aller plus loin dans la compréhension de l’Incarnation en utilisant ce que le Père Martelet appelle ‘un symbole de génie’ : l’endométamorphisme, phénomène géologique dans lequel Teilhard a vu une grande portée théologique. De quoi s’agit-il ? Une roche traverse un milieu géologique, et, en le traversant, elle le transforme. Mais ce n’est pas tout ! Le milieu transformé, à son tour, réagit sur l’élément qui l’a transformé et le modifie. L’effet rejaillit sur la cause : il y a interaction entre cause et effet. Le métamorphisme symbolise la divinisation de l’homme et l’endomorphisme représente la façon dont Dieu s’humanise en nous divinisant. Dans son Incarnation, le Christ confère à Dieu lui-même notre propre humanité. Celui qui donne Dieu est aussi celui qui reçoit quelque chose de nous. « Admirable échange », chantons-nous dans la liturgie de Noël, où Dieu devient ce qu’il n’était pas, sans cesser d’être ce qu’il est, et où nous devenons en Lui, ce que nous ne sommes pas. Ainsi s’opère une véritable communion entre le fini et l’infini. L’Incarnation manifeste le mystère d’un Dieu qui aime, qui reste transcendant, mais d’une transcendance d’amour trinitaire qui passe dans notre monde par la chair du Christ.
« Béni soit Dieu, le Père de Notre Seigneur Jésus-Christ ...Il nous a choisis en lui avant la création du monde... Il nous a prédestinés à être pour lui des fils adoptifs, par Jésus-Christ... » Ephés. 1, 3-4
Nous voici donc, nous humains, et avec nous tout ce qui est le support de notre vie : le monde, divinisés. Mais la divinisation ne fait que commencer. Voyons maintenant comment, par la Communion, elle se poursuit.

II. Un milieu divinisant par la communion
A/ La Résurrection
Le Christ incarné est bien, selon le dessein créateur de Dieu, le Centre de l’univers. Incorporé au monde, il ne cesse d’agir pour le conduire à sa fin divine.
« Afin de tout ramener à son Père,il a dû tout épouser, entrer en contact avec chacune de zones du créé, depuis la plus basse, la plus terrestre, jusqu’à la plus proche des cieux. » (X, 88)
Le Christ, comme le dit l’épître aux Ephésiens, est celui qui est « descendu dans les régions inférieures de la terre, mais aussi est monté au-dessus de tous les cieux afin de remplir toutes choses. » Ephés. IV, 9-10
Le Ressuscité qui, par sa mort sur la Croix a pris sur lui la souffrance humaine, poursuit son œuvre d’assomption et de transfiguration de la création tout entière.

« Le Christ est ressuscité. La Résurrection, nous cherchons beaucoup trop à la regarder comme un évènement apologétique et momentané, comme une petite revanche individuelle du Christ sur le tombeau. Elle est bien autre chose et bien plus que cela. Elle est un formidable évènement cosmique. Elle marque la prise de possession effective, par le Christ, de ses fonctions de Centre Universel. Jusque-là, il était partout comme une âme qui péniblement rassemble ses éléments embryonnaires.
Maintenant, il rayonne sur tout l’Univers comme une conscience et une activité maîtresses d’elles-mêmes.
Il a émergé du monde après y avoir été baptisé. Il s’est étendu jusqu’aux cieux après avoir touché les profondeurs de le Terre... Quand, en face d’un Univers dont l’immensité physique et spirituelle se révèle à nous de plus en plus vertigineuse, nous sommes effrayés du poids toujours croissant d’énergie et de gloire qu’il faut placer sur le fils de Marie pour avoir le droit de continuer à l’adorer, pensons à la Résurrection. » (IX, 92)

Le fait que le Christ soit profondément engagé dans la structure même du monde implique qu’il continue à travailler pour que le Cosmos entre finalement dans la gloire du Seigneur.
« Depuis que Jésus est né, qu’Il a fini de grandir, qu’Il est mort, tout a continué de se mouvoir, parce que le Christ n’a pas achevé de se former. Il n’a pas ramené à Lui les derniers plis de la Robe de chair et d’amour que lui forment ses fidèles.... Le Christ mystique n’a pas atteint sa pleine croissance - ni donc le Christ cosmique. L’un et l’autre tout à la fois, ils sont et ils deviennent..... Le Christ est le terme de l’Evolution, même naturelle des êtres ; l’Evolution est sainte. » (XII, 68-69)
La Résurrection habilite le Christ à ‘se soumettre même tout l’univers’ Phil 3, 21, Lui, ‘le seul Seigneur Jésus-Christ par qui tout existe et par qui nous sommes’. 1ère Cor. 8, 6
Après la Résurrection, l’Univers est devenu pour le Christ et continue à devenir jour après jour sa Palestine ‘Cosmique’.

B/ L’Eucharistie
Le Ressuscité poursuit son action divinisante dans le monde par l’Eucharistie. Nous allons donc parler maintenant du Christ eucharistique. C’est certainement sur ce point que Teilhard a le plus apporté à la théologie. Tout en reprenant la pensée traditionnelle de l’Eglise sur la communion divinisante du fidèle qui reçoit son Seigneur, Teilhard tire toutes les conséquences de la consécration du pain et du vin, consécration qui va bien au-delà du morceau de pain et de la coupe de vin déposés sur l’autel. « Le ‘ceci’ du ‘Ceci est mon Corps’ désigne tout d’abord le pain. Mais dans un second temps, la matière du sacrement n’est-elle pas le Monde lui-même en qui se répand, pour l’achever, la présence trans-naturelle du Christ de l’Univers ?... En prenant un minime fragment d’Univers pour en faire son corps sacramentel, le Christ entend bien investir le monde tout entier pour lui donner sa plus profonde vérité. » G. Martelet. Op. cit. p.92
« Au cours des siècles, l’Hostie sacramentelle..., l’Hostie de pain va s’enveloppant toujours plus intimement d’une autre Hostie infiniment grande, qui n’est rien moins que l’Univers lui-même. »
(IX, 93-94)
« A la faveur d’un acte qui nous donne d’abord le Corps et le Sang du Christ, c’est le monde lui-même qui se voit pénétré peu à peu par les effets transfigurants de la parole eucharistique. Et cette parole ‘explicatrice de toute la création’ rend présent, d’une façon sacramentelle, Celui par et pour qui le Monde en sa divine profondeur est divinement fait. En mettant le Christ au monde par voie de sacrement, l’Eucharistie ouvre de plus en plus les voies à la consécration de l’Univers. » G. Martelet, ibid. p. 92
« Toutes les communions d’une vie forment une seule communion, (l’Eucharistie commande une communion constante avec le Christ). Toutes les communions de tous les hommes actuellement vivants forment une seule communion.
(Teilhard ne peut percevoir une chose particulière sans la totalité qu’elle représente par rapport aux individus.) Toutes les communions de tous les hommes présents passés et futurs forment une seule communion. » (IV, 151)

L’Eucharistie, à travers les hommes qui communient pénètre par résonance dans toutes les profondeurs de notre humanité, et, à travers elle, dans tout l’univers.
C’est pourquoi le pasteur Georges Crespy a pu dire qu’il s’agit pour Teilhard d’une ‘eucharistisation’ de l’Univers.
L’Eucharistie divinise la Création. Il faut relire à ce sujet les pages splendides du ‘Milieu Divin’ : La nature du Milieu Divin, le Christ Universel et la Grande Communion, p.147 et sq.

« Mon Dieu, quand je m’approcherai de l’autel pour communier, faites que je discerne désormais les infinies perspectives cachées sous la petitesse et la proximité de l’hostie où vous vous dissimulez. Déjà je me suis habitué à reconnaître, sous l’inertie de ce morceau de pain, une puissance dévorante qui, suivant l’expression de vos plus grands Docteurs, m’assimile, bien loin de se laisser assimiler par moi. Aidez-moi à surmonter le reste d’illusion qui tendrait à me faire croire que votre contact est circonscrit et momentané.
Je commence à le comprendre : sous les espèces sacramentelles, c’est premièrement à travers les ‘accidents’ de la Matière, mais c’est aussi par contrecoup, à la faveur de l’Univers entier que vous me touchez, dans la mesure où celui-ci reflue et influe sur moi sous votre influence première. En un sens vrai, les bras et le cœur que vous m’ouvrez, ce ne sont rien moins que les puissances réunies du Monde qui, pénétrées jusqu’au fond d’elles-mêmes par votre volonté, vos goûts, votre tempérament, se reploient sur mon être pour le former, l’alimenter, l’entraîner jusqu’aux ardeurs centrales de votre Feu. Dans l’Hostie, c’est ma vie que vous m’offrez, Jésus.
Que pourrai-je faire pour recueillir cette étreinte enveloppante ? Pour répondre à cet universel baiser ? ‘Quomodo comprehendam ut comprehensus sum ?’ A l’offre totale qui m’est faite, je ne saurais répondre que par une totale acceptation. Au contact eucharistique je réagirai donc par l’effort entier de ma vie - de ma vie d’aujourd’hui et de ma vie de demain - de ma vie individuelle et de ma vie alliée à toutes les autres vies. En moi, périodiquement, les saintes Espèces pourront s’évanouir. Chaque fois elles me laisseront un peu plus profondément enfoncé dans les nappes de votre Omniprésence : vivant et mourant, je ne cesserai à aucun moment d’avancer en vous. Il est donc justifié avec une vigueur et une rigueur inouïes, le précepte implicite de votre Eglise qu’il faut toujours et partout communier. L’eucharistie doit envahir ma vie. Ma vie doit devenir, grâce au sacrement, un contact avec vous sans limite et sans fin, - cette vie qui m’était apparue, il y a quelques instants, comme un Baptême avec vous dans les eaux du Monde, et qui se découvre maintenant à moi comme une Communion par le Monde avec Vous. Le Sacrement de la vie. ‘Le sacrement de ma vie’ - de ma vie reçue, - de ma vie vécue, - de ma vie abandonnée. »
( IV, p.154-155 )
La divinisation du Monde par l’Eucharistie s’exprime souvent chez Teilhard en termes de transfiguration, d’illumination, d’irradiation. L’influx christique pénètre la matière à la manière de la lumière et du feu. Il faudrait ici relire les pages bien connues de ‘La Messe sur le Monde’. (XIII, p.153-154).
L’irradiation est souvent présentée par Teilhard à partir du Cœur de Jésus décrit comme un brasier qui enflamme peu à peu l’Univers entier.
« Au Centre de Jésus, non plus la tâche de pourpre, mais un foyer ardent noyant dans son éclat tous les contours, - ceux de l’Homme -Dieu, d’abord, - et puis ceux de toutes choses autour de lui. » (XIII, p.55)
Teilhard manifeste avec génie son adhésion à la singularité du Christ qui est et reste une personne et le passage du Christ à l’universalité du Cosmos sous le signe explicite et inattendu de son Cœur.
« Etranges démarches de votre Esprit, mon Dieu ! Quand, il y a deux siècles, a commencé à se faire sentir, dans votre Eglise, l’attrait distinct de votre Cœur, il a pu sembler que ce qui séduisait les âmes, c’était la découverte en Vous d’un élément plus déterminé, plus circonscrit, que votre Humanité même. Or, voici que maintenant, renversement soudain ! Il devient évident que, par la ‘révélation ‘ de votre Cœur, Vous avez surtout voulu, Jésus, fournir à notre amour le moyen d’échapper à ce qu’il y avait de trop étroit, de trop précis, de trop limité, dans l’image que nous nous faisions de Vous. Au centre de votre poitrine, je n’aperçois rien d’autre qu’une fournaise ; et, plus je fixe ce foyer ardent, plus il me semble que, tout autour, les contours de votre Corps fondent, qu’is s’agrandissent au-delà de toute mesure jusqu’à ce que je ne distingue plus en Vous d’autres traits que la figure d’un Monde enflammé.La Messe sur le Monde (XIII, p.153-154)
Le récit du tableau est également très révélateur de la manière dont Teilhard voit le Christ, aime le Christ comme une personne d’abord, puis comme un monde. Cf. Trois histoires comme Benson. (XII, p.113-117)
Ces contes à la manière de Benson ont été écrits à Verdun, en 1916.

Donnons une dernière citation de Teilhard pour résumer tout ce que nous avons dit sur la Résurrection et l’Eucharistie comme éléments divinisant la création.
« Le Monde est la définitive et réelle Hostie où descend petit à petit le Christ et jusqu’à la consommation de son âge. Une seule parole et une seule opération remplissent depuis toujours l’universalité des choses. ‘Hoc est Corpus meum’. Rien ne travaille dans la création que pour aider, de près ou de loin, à la Consécration de l’Univers. » (IX, p.94)
Nous avons vu comment l’Incarnation a divinisé le Cosmos, comment l’Eucharistie poursuit jour après jour cette œuvre de consécration, il nous reste à envisager comment, par notre coopération, nous contribuons aussi à la transfiguration du Monde.
III. Un milieu divinisable par notre coopération
Tout effort coopère à achever le monde ‘in Christo Jesu’.
« L’économie générale du salut (c’est-à-dire de la divinisation) de nos œuvres tient dans le bref raisonnement suivant :
Au sein de notre univers, toute âme est pour Dieu, en Notre-Seigneur. Mais par ailleurs, toute réalité, même matérielle, autour de chacun de nous, est pour notre âme. Ainsi, autour de chacun de nous, toute réalité sensible est, par notre âme, pour Dieu en Notre-Seigneur. » (IV, p.41)

Y a-t-il explicitation plus claire de la parole de Saint Paul : « Tout est à vous, mais vous êtes au Christ et le Christ est à Dieu. » 1 Cor. 3, 22-23
Ainsi, toute notre existence humaine, ce que nous faisons comme ce que nous subissons, peut devenir une rencontre où Dieu nous divinise.
Activités et passivités sont occasion d’union à Dieu.
A/ La divinisation des passivités
Ce qui anéantit l’homme serait-il un chemin d’union à Dieu ? Non seulement d’union, mais de communion, pense Teilhard. Dans ‘ Le Milieu Divin’, il expose clairement comment les passivités peuvent être divinisées.
1.Les passivités de croissance.
Ce qui résiste, ce qui apparaît d’abord comme pure barrière, comme obstacle, peut être transmué en tremplin, en point d’appui. La navigation ou l’alpinisme symbolisent la lutte de l’homme avec les forces qui le dépassent.
« La matière, d’une part, c’est le fardeau, la chaîne, la douleur,le péché, la menace de nos vies. C’est ce qui alourdit, ce qui souffre, ce qui blesse, ce qui tente, ce qui vieillit. Par la matière, nous sommes pesants, paralysés, vulnérables, coupables. Qui nous délivrera de ce corps de mort ?Maie la matière, en même temps, c’est l’allégresse physique, le contact exaltant, l’effort virilisant, la joie de grandir. C’est ce qui attire, ce qui renouvelle, ce qui unit, ce qui fleurit. Par la matière, nous sommes alimentés, soulevés, reliés au reste, envahis par la vie. En être dépouillés nous est intolérable. ‘Non volumus expoliari, sed supervestiri’. 1 Cor. 5, 6 » (IV, p.122)
Et encore :
« La tâche assignée à notre vie est de monter à la lumière en franchissant, pour atteindre Dieu, une série donnée de créatures, qui ne sont pas précisément des obstacles, mais des points d’appui à surmonter, des intermédiaires à utiliser, de la nourriture à prendre, de la sève à épurer, des éléments à nous associer et à entraîner. »( IV p.124 )
Les passivités qui nous enveloppent... « deviennent comme un toucher réel des mains créatrices de Dieu...L’univers ne nous serre de si près contre lui qu’afin de nous serrer au plus près contre Dieu...Les contraintes du Monde peuvent devenir pour nous une étreinte de Dieu. » G. Martelet, Op. cit. p.86-87
Ecoutons encore Teilhard :
« Dans la vie qui sourd en moi et dans cette matière qui me supporte, je trouve mieux encore que vos dons : c’est vous-même que je rencontre, Vous qui me faites participer à votre Etre, et qui me pétrissez. Vraiment, dans la régulation et la modulation initiale de ma force vitale,- dans le jeu favorablement continu des causes secondes, je touche, d’aussi près que possible, les deux faces de votre action créatrice ; je rencontre et je baise vos deux merveilleuses mains : celle qui saisit si profondément qu’elle se confond, en nous, avec les sources de la Vie, et celle qui embrasse si largement, que sous la moindre de ses pressions, tous les ressorts de l’Univers se plient harmonieusement à la fois. Par leur nature même, ces bienheureuses passivités...sont chargées de votre influence,- une influence qui m’apparaîtra plus distinctement, bientôt, comme l’énergie organisatrice du Corps mystique. Pour communier avec vous en elles, d’une communion fontale (la Communion aux sources de la Vie), je n’ai qu’à vous reconnaître en elles, et à vous demander d’y être de plus en plus. » (IV, p.78)
Ainsi donc, le monde devient, au regard du croyant, du mystique qu’est Teilhard le lieu de l’Alliance, d’une première forme de communion avec Dieu. Ce n’est pas tout.
2.Les passivités de diminution.
Elles ouvrent, elles aussi, sur un tout autre mode, celui de la souffrance, de la déprise totale de soi jusqu’à l’anéantissement, un chemin d’union et de divinisation. Union semblable à celle de l’amour qui demande de se quitter soi-même pour passer dans l’autre.
« Dieu doit, en quelque manière, afin de pénétrer définitivement en nous, nous creuser, nous évider, se faire une place. (IV, p.93)
« Le chrétien se trouve porteur d’une espérance, inespérée, du Monde. Pour lui, la mort...nous vide de nous sans nous anéantir, pour nous purifier et nous rendre capables de nous livrer à Dieu qui s’est toujours livré et qui se livre encore totalement à nous. » G. Martelet, Op. cit. p.89
Ici, rejoignons la prière de Teilhard :
« Mon Dieu, il m’était doux, au milieu de l’effort, de sentir qu’en me développant moi-même, j’augmentais la prise que vous avez sur moi ; il m’était doux, encore, sous la poussée intérieure de la vie, ou parmi le jeu favorable des événements, de m’abandonner à votre Providence. Faites qu’après avoir découvert la joie d’utiliser toute croissance pour vous faire, ou pour vous laisser grandir en moi, j’accède sans trouble à cette dernière phase de la communion au cours de laquelle je vous posséderai en diminuant en vous.
Après vous avoir aperçu comme Celui qui est un ‘plus moi-même’, faites, mon heure étant venue, que je vous reconnaisse sous les espèces de chaque puissance, étrangère ou ennemie, qui semblera vouloir me détruire ou me supplanter. Lorsque sur mon corps (et bien plus sur mon esprit) commencera à marquer l’usure de l’âge ; quand fondra sur moi du dehors, ou naîtra en moi, du dedans, le mal qui amoindrit ou emporte ; à la minute douloureuse où je prendrai tout à coup conscience que je suis malade ou que je deviens vieux ; à ce moment dernier, surtout, où je sentirai que je m’échappe à moi-même, absolument passif aux mains des grandes forces inconnues qui m’ont formé ; à toutes ces heures sombres, donnez-moi, mon Dieu, de comprendre que c’est Vous (pourvu que ma foi soit assez grande) qui écartez douloureusement les fibres de mon être pour pénétrer jusqu’aux moelles de ma substance, pour m’emporter en Vous.
Oui, plus au fond de ma chair, le mal est incrusté et incurable, plus ce peut être Vous que j’abrite, comme un principe aimant, actif, d’épuration et de détachement. Plus l’avenir s’ouvre devant moi comme une crevasse vertigineuse ou un passage obscur, plus, si je m’y aventure sur votre parole, je puis avoir confiance de me perdre ou de m’abîmer en Vous,- d’être assimilé par votre Corps, Jésus.
O Energie de mon Seigneur, Force irrésistible et vivante, parce que, de nous deux, Vous êtes le plus fort infiniment, c’est à Vous que revient le rôle de me brûler dans l’union qui doit nous fondre ensemble. Donnez-moi donc quelque chose de plus précieux encore que la grâce pour laquelle vous prient tous vos fidèles. Ce n’est pas assez que je meure en communiant. Apprenez-moi à communier en mourant. » ( IV, p.94-96 )

Si les contraintes subies, les obstacles rencontrés, y compris le dernier combat de la mort peuvent devenir pour nous une étreinte de Dieu, plus même, un passage en LUI, nos activités peuvent-elles également nous introduire dans la vie divine ? Telle est notre dernière étape.
B/ La divinisation des activités
« Tout est sacré pour qui distingue, en chaque créature, la parcelle d’être élu soumise à l’attraction du Christ en voie de consommation. Reconnaissez, Dieu aidant, la connexion, même physique et naturelle, qui relie votre labeur à l’édification du Royaume céleste, voyez le ciel lui-même vous sourire et vous attirer à travers vos œuvres ; et vous n’aurez plus, en quittant l’Eglise pour la cité bruyante, que le sentiment de continuer à vous immerger en Dieu. » (IV, p.56)
1. Le travail et l’effort humain.
« Teilhard nous propose d’entrer corps et biens dans le réalisme absolu de la foi. Nous n’entrons dans le mystère de Dieu qu’à travers toutes nos activités, » et d’une manière toute particulière, à travers notre travail.
« Que seraient nos esprits, mon Dieu, s’ils n’avaient le pain des objets terrestres pour les nourrir, le vin des beautés créées pour les enivrer, l’exercice des luttes humaines pour les fortifier ? Quelles énergies misérables, quels cœurs exsangues vous apporteraient vos créatures, si elles parvenaient à se couper prématurément du sein providentiel où vous les avez placées. » (IV, p.123)
Tout croyant peut donc affirmer résolument :
« Plus grand encore, Seigneur ! Toujours plus grand soit votre Univers, afin que par un contact sans cesse intensifié et élargi, je vous tienne et sois tenu par Vous. »
La recherche et l’attente du Ciel ne détournent pas l’activité humaine de ses occupations naturelles.
« Non, Dieu ne distrait pas prématurément notre regard du travail qu’il nous a lui-même imposé, puisqu’il se présente à nous comme attingible par ce travail même. Non, Il ne fait pas s’évanouir, dans son intense lumière, le détail de nos buts terrestres, puisque l’intimité de notre union avec Lui est justement fonction de l’achèvement précis que nous donnerons à la moindre de nos œuvres...Dieu, dans ce qu’il a de plus vivant et de plus incarné, n’est pas loin de nous, hors de la sphère tangible ; mais Il nous attend à chaque instant dans l’action, dans l’oeuvre du moment. Il est, en quelque manière, au bout de ma plume, de mon pic, de mon pinceau,de mon aiguille, - de mon cœur, de ma pensée. C’est en poussant jusqu’à son dernier fini naturel le trait, le coup, le point, auquel je suis occupé, que je saisirai le But dernier auquel tend mon vouloir profond. » (IV, p.53-54)
Bien loin de détourner l’homme de l’édification de la cité terrestre, la foi au Christ l’entraîne à s’engager, à ‘se surpasser, à s’arracher à soi-même’ pour aller toujours plus loin. La création n’est pas achevée. Par notre travail, nous développons notre pouvoir d’organiser le monde et permettons au Christ une plus large mainmise sur lui.
« Tout accroissement que je me donne ou que je donne aux autres se chiffre par quelque augmentation de mon pouvoir d’aimer, et quelque progrès dans la bienheureuse mainmise du Christ sur l’Univers. Notre travail nous apparaît surtout comme un moyen de gagner le pain du jour. Mais sa vertu définitive est bien plu haute : par lui, nous achevons en nous le sujet de l’union divine ; et, par lui encore, nous agrandissons en quelque sorte, par rapport à nous,le terme divin de cette union, Notre-Seigneur Jésus-Christ. » (IV, p.52)
La recherche scientifique à laquelle Teilhard s’est voué passionnément, le développement des arts et des techniques, la maîtrise toujours plus grande de l’espace et du temps sont autant d’extensions données au Christ incarné.
« Chacune de nos œuvres... concourt à parfaire le Christ dans sa totalité mystique... Dans l’action, j’adhère à la puissance créatrice de Dieu ; je coïncide avec elle ; j’en deviens, non seulement l’instrument, mais le prolongement vivant. Et comme il n’y a rien de plus intime dans un être que sa volonté, je me confonds en quelque manière, par mon cœur, avec le cœur de Dieu. Ce contact est perpétuel, puisque j’agis toujours. » (IV, p.51)
Les chrétiens, plus que les autres, ont à s’engager dans tout ce qui fait progresser l’Humanité. Teilhard les presse d’œuvrer avec tous leurs frères humains pour le progrès.
« Pourquoi donc, hommes de peu de foi, craindre ou bouder les progrès du Monde ? Pourquoi multiplier imprudemment les prophéties et les défenses : ‘N’allez pas...n’essayez pas...tout est connu, la terre est vide et vieille : il n’y a plus rien à trouver...’
Tout essayer pour le Christ ! Tout espérer pour le Christ ! ‘Nihil intentatum’ ! Voilà, juste au contraire, la véritable attitude chrétienne. Diviniser n’est pas détruire, mais surcréer. Nous ne saurons jamais tout ce que l’Incarnation attend encore des puissances du Monde. Nous n’espérerons jamais assez de l’unité humaine croissante.
Lève le tête, Jérusalem, Regarde la foule immense de ceux qui construisent et de ceux qui cherchent. Dans les laboratoires, dans les studios, dans les déserts, dans les usines, dans l’énorme creuset social, les vois-tu tous ces hommes qui peinent ? Eh bien !tout ce qui fermente par eux, d’art, de science, de pensée, tout cela c’est pour toi.- Allons, ouvre tes bras, ton cœur, et accueille, comme ton Seigneur Jésus, le flot, l’inondation, de la sève humaine. Reçois-la, cette sève,- car, sans son baptême, tu t’étioleras sans désir, comme une fleur sans eau ; et sauve-la, puisque, sans ton soleil, elle se dispersera follement en tiges stériles. »
(IV, p.201-202)

Le travail, quelle qu’en soit la nature, est un milieu privilégié où, en vertu de l’Incarnation, le Divin pénètre et transfigure l’humain.
Mais ce n’est pas tout.
2.Autre lieu de divinisation : l’amour.
Au cœur de toutes les forces qui animent l’Humanité depuis son premier éveil, il en est une à laquelle Teilhard s’est beaucoup intéressé : l’amour. « Forme supérieure de l’énergie humaine », l’amour représente la puissance personnalisante par excellence.
« L’amour est, par définition, le mot dont nous nous servons pour désigner les attractions de nature personnelle. Puisque, dans l’Univers devenu pensant, tout, en fin de compte, se meut dans et vers le personnel, c’est forcément de l’amour, une sorte d’amour, qui forme et qui formera de plus en plus, à l’état pur, l’étoffe de l’énergie humaine. » (VII,p.131-132)
Biologique en ses racines, l’amour en s’humanisant se spiritualise, sans rompre pour autant ses attaches sensibles. Ce fut une joie pour Teilhard quand il découvrit chez Péguy une inspiration semblable à la sienne. Entre le charnel et le spirituel, il y a place pour une évolution, mais de l’un à l’autre, pas de coupure :
« Car le spirituel est lui-même charnel
Et l’arbre de la grâce est raciné profond
Et plonge dans le sol, et cherche jusqu’au fond
Et l’arbre de la race est lui-même éternel. »
Charles Péguy, ‘Eve’ - La double racination
A la fois charnel et spirituel, l’amour est un des lieux privilégiés où l’énergie cosmique peut se déployer.
Puissance personnalisante par excellence, il ne s’accomplit pas seulement dans la propagation de l’espèce, mais aussi dans une sublimation des rapports entre l’homme et la femme.

« Lors donc qu’approchera pour la terre la maturation de sa personnalité...la fonction essentiellement personnalisante de l’amour se détachera plus ou mois complètement de ce qui a dû être pour un temps l’organe de la propagation : la chair. Sans cesser d’être physique, pour rester physique, l’amour se fera plus spirituel. Le sexuel, pour l’homme, se trouvera comblé par le féminin. » (VI, p.96)
Dans un essai écrit en 1934 ‘L’évolution de la chasteté’, Teilhard écrit : la personnalisation doit « promouvoir entre l’homme et la femme, au plus haut degré de spiritualisation de la Terre, pas de contact immédiat, mais la convergence en haut. » (XI, p.46)
Il faudrait lire aussi ‘L’éternel féminin’ ( XII, p.279 et sq.) où Teilhard présente l’amour comme une force d’unification et de spiritualisation des êtres, force qui s’alimente à l’énergie christique. Celle-ci se fait de plus en plus présente au fur et à mesure que l’évolution approche de son Terme Oméga.
« Inhabile à distinguer le Mirage de la Vérité, l’homme n’a pas su, longtemps, s’il devait me craindre ou m’adorer.
Il m’aimait pour mon charme et ma domination ; il me redoutait pour ma puissance étrangère à lui et mes inexplicables vertiges.
J’étais sa Force et sa Fragilité - son Espérance et son Epreuve. - Sur moi se faisait la séparation des bons et des méchants.Peut-être m’aurait-il rendue définitivement mauvaise si le Christ n’était venu. Le Christ m’a sauvée. Il m’a libérée. » (XII, p.285-286)
Ambivalent au départ, l’amour humain est appelé à monter vers l’esprit. Il faut bien reconnaître néanmoins qu’il a tendance à se replier sur lui-même et parfois à refluer vers la matière. Poids du péché dans un univers qui se détourne du Christ.
« Regardons froidement, en biologistes ou en ingénieurs, l’atmosphère rougeoyante de nos grandes villes, le soir. Là, - et partout, du reste, - la Terre dissipe continuellement, en pure perte, sa plus merveilleuse puissance. La Terre brûle à l’air libre. Combien d’énergie, pensez-vous, se perd-il en une nuit, pour l’Esprit de la Terre ? » (VI, p.42)
Le Christ, par son Incarnation et sa Résurrection transfigure l’énergie humaine de l’amour. Il donne à ceux qui s’aiment de « se rejoindre dans un plus grand que soi. »Le couple trouve son équilibre « dans un troisième en avant de lui. » Il se voit entraîné dans une ascension qui trouvera son achèvement dans le Centre des centres, le point final de toute convergence, Oméga. Dans ce mouvement de montée, chacun est comme obligé d’aller jusqu’ au bout de lui-même pour mieux aider l’autre. Toutes les formes de l’amour humain convergent vers ce sommet où s’opère et se consomme la Communion avec Dieu.
3. L’adoration
Un dernier pas reste à franchir pour que nous soyons totalement ‘christifiés’.L’amour, dans sa forme la plus haute, peut se comprendre comme une sortie de soi intégrale, un passage en l’autre qui reçoit l’amant en se donnant à son tour. Se livrer entièrement, se perdre en un plus grand que soi, telle est l’ultime démarche.
« Ce que j’appelle comme tout être, du cri de toute ma vie, et même de toute ma passion terrestre, c’est bien autre chose qu’un semblable à chérir : c’est un Dieu à adorer.
Oh ! adorer, c’est-à-dire se perdre dans l’insondable, se plonger dans l’inépuisable, se pacifier dans l’incorruptible, s’absorber dans l’immensité définie, s’offrir au Feu et à la Transparence, s’anéantir consciemment et volontairement à mesure qu’on prend de soi conscience davantage, se donner à fond à ce qui est sans fond !
Qui pourrons-nous adorer ?
Plus l’homme deviendra homme, plus il sera en proie au besoin, et à un besoin toujours plus explicite, plus raffiné, plus luxueux, d’adorer.
O Jésus, déchirez les nues de votre éclair ! Montrez-vous à nous comme le Fort, l’Etincelant, le Ressuscité ! Soyez-nous le Pantocrator qui occupait, dans les vieilles basiliques, la pleine solitude des coupoles !
Il ne faut rien moins que cette Parousie pour équilibrer et dominer dans nos cœurs la gloire du Monde qui s’élève. Pour que nous vainquions avec vous le Monde, apparaissez-nous enveloppé de la Gloire du Monde. » (IV, p.157-158)

Dans la prière qui conclut le texte ‘sublime’ de ‘La Messe sur le Monde’, Teilhard nous invite à traverser toutes les couches du réel pour rejoindre le point central où converge le cœur du Monde et qui n’est autre que le Cœur de Jésus.
« Au cœur de la Matière,
Un Cœur du Monde
Le Cœur d’un Dieu. »
CONCLUSION
Penser la Création avec Teilhard, c’est reconnaître qu’elle s’identifie au Corps du Christ.
Nous vivons en milieu divin, en milieu ‘christique’.

Milieu Divin de la recherche, de la technique,
       de la contemplation et de l’adoration,
       de l’art, de l’amitié et de l’amour,
       de tout ce qui concourt à la croissance et à l’union.
Mais aussi Milieu Divin du danger, de la guerre,
       de la lutte contre le mal,
       de la maladie et de la mort.
« La Création trouve en Christ sa consistance et Christ ne peut se passer d’elle. »
Teilhard est ainsi le premier penseur chrétien à considérer la Création comme le Corps Cosmique du Christ. « Le Monde en son évolution devient... la pièce maîtresse et de l’identité du Christ Universel en vue de notre Pâque éternelle vers Lui, et de l’intégration de l’Univers en Lui.
Pour Teilhard, au regard de la foi, l’Univers n’est pas un lieu de séparation entre l’homme et Dieu, mais un milieu de communion. » G. Martelet, op. cit.

Laissons la parole une dernière fois à Teilhard. Ce texte est une prière qui nous dit merveilleusement sa foi.
« Christ glorieux, Influence secrètement diffuse au sein de la Matière et Centre éblouissant où se relient les fibres sans nombre du Multiple ; Puissance implacable comme le Monde et chaude comme la Vie ; Vous dont le front est de neige, les yeux de feu, les pieds plus étincelants que l’or en fusion ; Vous dont les mains emprisonnent les étoiles ; Vous qui êtes le premier et le dernier, le vivant, le mort et le ressuscité ; Vous qui rassemblez en votre unité exubérante tous les charmes, tous les goûts, toutes les forces, tous les états ; c’est Vous que mon être appelait d’un désir aussi vaste que l’Univers : Vous êtes vraiment mon Seigneur et mon Dieu ! »(XIII, p.154)
Soeur Marie-Bruno Dufossé
Ursuline de l’Union Romaine